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Mensile - Anno III - N° 2 - Marzo 2009 - Poste Italiane Spa - Sped. in abb. postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Milano - ISSN 1973-5448
PROBLEMI&SOLUZIONI Carpocapsa addio. Mele e pere nalmente sane.
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CONSORZI IRRIGUI Al via il riordino. Parola d'ordine e cienza.
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INFORMATICA Tre so ware. All'insegna della semplicità.
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ALLEVAMENTI
PRODUZIONI BIOLOGICHE
Meglio prevenire...
Vaccini e antibiotici per curare i suini. Ma da soli non bastano.
Le nuove regole
Inquinamento da OGM, modalità di comunicazione, marchi. Ecco i contenuti del nuovo regolamento comunitario.
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farmaci sono l'ultima (costosa) spiaggia. Prima di intervenire per salvare il salvabile, conviene adottare una serie di precauzioni, alcune dettate solo dal buon senso. Dunque, osservare le norme della biosicurezza e del benessere animale è il primo passo da compiere per cercare di avere porcilaie sane. Ma purtroppo queste azioni, se pur indispensabili, non sono su cienti a scongiurare tutti i
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virus e i batteri che pullulano in allevamento, se non unite a un piano di monitoraggio delle malattie. Sì, perché non è su ciente curare "gli ammalati" per debellare le malattie, ma è altrettanto importante studiarne le dinamiche: bisogna testare numeri su cienti di animali suddivisi per fasce di età e ripetere i test in tempi abbastanza ravvicinati. Per quanto riguarda la difesa, non esiste una formula univoca, ma occorre studiare una strategia caso per caso. A seconda del tipo di allevamento il veterinario dovrà scegliere se programmare un piano vaccinale, o se avvalersi, nel caso di conclamata malattia, di strumenti terapeutici, quali gli antibiotici. Alcune vaccinazioni sono vincolanti, perché volute dalla normativa di settore, o perché indispensabili a prevenire vere e proprie epidemie. Gli antibiotici per anni sono stati l'unica strada contro i batteri. Ma bisogna stare attenti a non esagerare. Perché il fenomeno della resistenza potrebbe bussare alla porta del vostro allevamento.
a produzione europea di prodotti biologici è giunta a una svolta. Perché dal primo gennaio 2009 il regolamento comunitario a cui fare riferimento non è più il noto 2092 del 91, ma il regolamento CE 834/2007. Passati dunque più di 15 anni dal primo provvedimento comunitario per disciplinare la produzione biologica, l'UE ha sentito la necessità di dare una rinfrescata alla normativa, introducendo alcune novità che sono anche il frutto dell'evoluzione del settore e del comportamento dei consumatori, attenti osservatori delle dinamiche del mondo agricolo, e critici destinatari di quanto viene
prodotto nelle aziende agricole. Tra le news più eclatanti introdotte dalla nuova disciplina, e senza dubbio protagonista di un dibattito che stenta ad assopirsi, l'innalzamento della soglia di contaminazione da OGM tecnicamente inevitabile a detta dell'UE che viene ssata a 0.9%. Si aggiungono inoltre disposizioni per i prodotti di acquacoltura, per i lieviti, le alghe e ultimo, ma certamente non per importanza, per il vino, le cui norme tecniche sono ancora in fase di de nizione. Per far sì che un prodotto possa riportare il riferimento al biologico, almeno il 95% degli ingredienti dovrà provenire
da agricoltura bio. Sono così esclusi dalla categoria quegli alimenti che contengono al massimo il 70% di ingredienti bio e che si sono trovati in commercio no al primo gennaio scorso. Per quanto riguarda la quantità dei singoli ingredienti contenuti in uno stesso alimento, è discrezione dei produttori stabilirne i massimali, purché le percentuali siano indicate
nell'etichetta. Novità anche per la comunicazione: non si possono far passare messaggi tesi a indicare i prodotti bio come migliori rispetto a quelli tradizionali e sull'etichetta, oltre al logo comunitario che però entrerà in vigore il primo gennaio del 2010, dovrà essere indicata con chiarezza la provenienza degli ingredienti biologici: "agricoltura UE" quando la materia prima
agricola è stata coltivata entro i con ni comunitari, "agricoltura non UE" quando la materia prima è stata coltivata in paesi terzi e "agricoltura UE/non UE" quando solo una parte della produzione è stata coltivata in Europa. Nessuna variazione, invece, per ciò che concerne il regime sanzionatorio per chi commette frodi.
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POMODORO DA INDUSTRIA
INCHIESTA
Tempi d'oro
Aumenta l'o erta e cresce anche la domanda. Tanto da far incrementare i prezzi alla produzione del 60%.
Con quasi 5 milioni di tonnellate, l'Italia è il terzo produttore mondiale di pomodori da industria. Nel 2008 le produzioni hanno raggiunto punte massime, tanto da far temere un crollo dei prezzi come quello che si veri cò nel 2004. Ma il pericolo è scongiurato, perché non sono più disponibili i grossi stock di allora. Il motivo? I consumi di pomodoro sono aumentati e, considerando le ricerche in atto, sono destinati ad aumentare ulteriormente. Perché il pomodoro è un simbolo del Bel Paese, legato a lo doppio con il made in Italy.
AGGREGAZIONE. DOMANI, FORSE.
Le imprese agricole aggregate sono di usissime in altri Paesi europei, ma in Italia sono ancora dei casi rari. Perché?
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PRODOTTI A VALORE AGGIUNTO
Diversi carsi dolcemente
Ogni italiano consuma mediamente 3,5 chili all'anno di cioccolato. Perché allora non produrlo ar tigianalmente anche nelle imprese agricole? I par tner ideali per un cioccolatino di successo si trovano in azienda: noci, mandorle, latte e persino il peperoncino. Oltre alla frutta, naturalmente. Le attrezzature per la lavorazione non sono proprio a buon mercato e l'investimento si aggira intorno ai 35mila euro. Ma si può risparmiare.
e volessimo descrivere la struttura aziendale tipica del primario francese parlando per frasi fatte, si potrebbe dire "l'unione fa la forza" che, in altri termini, signi ca cooperazione. In Francia, infatti, ma anche in altri paesi dell'Unione europea, gli agricoltori hanno scelto di giungere a degli accordi, di lavorare insieme, perché ritengono che questo stile di vita sia vantaggioso, sia dal punto di vista economico, che da quello sociale. In Italia, invece, sembrerebbe che il motto più caro agli agricoltori sia rimasto "meglio soli che male accompagnati" a sostegno di quei comportamenti che vedono le nostre aziende agricole fortemente frammentate, se non addirittura polverizzate, forti di un radicato individualismo. Fatte salve alcune eccezioni, concentrate per lo più in Emilia Romagna, gli imprenditori agricoli italiani non sembrano conoscere il modello delle Imprese Agricole Aggregate. Ma qualcosa si sta muovendo. Intanto perché è sempre più chiaro che, soprattutto in tempi di crisi, bisogna lottare (insieme) per non soccombere. E poi perché le istituzioni, il Ministero dell'agricoltura in primis, hanno colto l'importanza dell'aggregazione e stanno mettendo a punto strategie per di onderla. È chiaro che per poter scegliere, per poter comprendere l'utilità di un nuovo modello di struttura aziendale, per prima cosa occorre essere informati. Imprese Agricole ha percorso il suo viaggio lungo tutto lo stivale, per raccogliere le testimonianze e il parere di chi ha già iniziato questa avventura.
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